Il blog alla fine del blog: Falso Idillio

Incontro bgeorg, CEO di [falso idillio], nella sua nuova “sede”: due camere sopra il Bar Floris, molto oltre la biforcazione, periferia di Milano.

Un tavolo da cucina in fòrmica, due sedie di cui una con una gamba smozzicata sotto la quale individuo una copia consumata de La donna della domenica di Fruttero & Lucentini, per terra una brandina e un fornello da campo.

Bgeorg è un blogger di lungo corso, uno dei primi, di quando i blog erano una promessa di riscatto morale e culturale: l’inclusione degli esclusi. Ma mi basta uno sguardo per sospettare che il capo mi abbia mandato qui con l’inganno: «Si favoleggiava di un bell’uomo tutto fascino e mistero, vai a vedere come sta messo».

Come sta messo: non ha esattamente un bell’aspetto, ecco. E mi piacerebbe scrivere di una fierezza che resiste nel suo sguardo, ma in realtà fatico a capire dove sia rivolto a causa di uno strabismo pronunciato di cui non mi avevano avvertito. O forse è solo la semioscurità.

Ma non voglio anticipare niente. Entro evitando di toccare qualsiasi cosa: lui è seduto sulla sedia sana e fa segno di accomodarmi sull’altra. Eseguo nel solo modo possibile: con circospezione.

Lo osservo mentre cerca di accendere una sigaretta elettrica con un accendino Bic e trovo il coraggio di fare la prima domanda.

«Allora, com’è smettere di scrivere sul blog?»
«Apri un capitolo doloroso. Quando fu annunciata la morte cerebrale dei blog, eravamo nel 2009 mi pare… Ormai la mia memoria è andata… Insomma, è stato il panico generale. La nave che affonda, sai. Tutti hanno cercato di ricollocarsi in qualche modo. Gestire un fallimento di quelle proporzioni, capisci, non è semplice. Le strategie di consolidamento del debito si sono rivelate subito inutili, l’obsolescenza del prodotto era chiara a tutti. Non ci comprava più nessuno, inutile inventarsi storie. “Esaurita la spinta propulsiva”. Personalmente avevo pensato a una bad company, ma mi sono reso conto subito guardando l’archivio che non c’era proprio niente da mettere nella good».

«Potevi esternalizzare, diversificare»
«Sì, come no. Subappaltare. Lo so anch’io, c’è gente che si è trovata di colpo a “gestire” una rubrichetta su dieci giornali online. Ma non era roba per me».

«Problemi etici, la purezza della linea editoriale?»
«Ma che stai dicendo? Hai visto dove vivo? Il mio marchio ha avuto momenti di gloria, non dico di no, ma a quel punto ormai era bollito, caduto in fondo a tutte le classifiche, immobile, morto. Kaputt. Non è che non volevo, proprio non mi chiamavano!».

Dio che imbarazzo. Dimmi che non mi ridurrò mai così, che il ricambio generazionale sarà lento. Mi schiarisco la gola e abbozzo un interlocutorio:

«È stato un momentaccio… ».
«Eh. Ho temuto che fosse arrivato il momento di chiudere. Cessazione definitiva di attività. Mi si è gelato il sangue. È vero, è successo a molti in passato, ma allora era una scelta, un atto non dico eroico, ma quasi. A quel punto invece era solo un naufragio, un affondamento in porto nel disinteresse generale. Ero depresso. Fumavo molto. Scrivevo poesie. Ho pensato persino di iscrivermi a Macchianera. Avevo toccato il fondo. Poi un giorno, passeggiando sul lungolago di Riva del Garda, ho capito come stavano le cose. Non c’erano che due alternative. Una era la via del post-blogger isterico, presenzialista, tramezzinaro, tuttologo, l’arrivista con sentimento, onnipresente su tutte le piattaforme e sempre perfettamente disinformato di tutto: un turboblogghismo che ha tentato molti della mia generazione, i blogger della prima ora. Poi c’era la seconda strada, quella che ho scelto: il blogger postumo, il blogger del sottosuolo o per essere sinceri, per come sto messo, del sottoscala».

E fissa un punto nel vuoto. Lo strabismo ha uno strano effetto sulla sua espressione. Io mi irrigidisco sulle sedia e rischio di cascare perché La donna della domenica va fuori asse. Però ho già visto quello sguardo. È lo sguardo dei folli, quelli che hanno sbroccato e lo chiamano “dare una svolta”. Quelli che le “scie chimiche”, “la rivoluzione democratica di internet”. Il lato oscuro. La porta è alla mia sinistra, calcolo mentalmente la traiettoria in caso di fuga anticipata. Non si sa mai. Ma devo andare a vedere il suo gioco, capire se questo è un bluff o un pazzo vero.

«Quindi tu saresti un blogger postumo. Mi spieghi cosa stai dicendo, esattamente?».
Non volevo essere aggressivo, mi è uscita così. Di colpo mi sento come all’università, al corso di Teoria della Letteratura che facevo fatica a seguire ma sembrava così promettente per il mio futuro.

«Scrivere come se non fossi tu a farlo, adattarsi a un io narrante dimesso e laterale, far parlare il personaggio secondario che aveva solo tre battute e per il resto del tempo fantasticava di suoi strani progetti improbabili. Sostituire il presenzialismo con l’assenzialismo. Parlare in assenza, riciclare il già detto, ridirlo, ricamarlo, rovesciarlo, manierarlo. Migliorarsi è peggiorarsi, lo sai questo, vero?»

Ok, meno male, è il tipo del matto innocuo. Tiro un sospiro di sollievo. Forse avrei dovuto iscrivermi a giurisprudenza. Però torniamo sulla Terra se no qui finisce che parliamo del postmoderno.

«Tornando ai blog, secondo te, sono morti?».
«Morire era il loro modo di sopravvivere, l’avresti detto? (Ecco, ci risiamo) Voglio dire, prova a pensarci: a cosa servivano, nelle intenzioni dei vari guru? Ad “allargare la base imponibile dell’infocomunicazione”. Anche a far incontrare meglio domanda e offerta di prestazioni sessuali nelle nicchie dei disadattati ad alta alfabetizzazione di massa, ma è un altro discorso. Il punto è che, al di là delle intenzioni, la bolla si era gonfiata perché tutti erano all’oscuro della enorme distanza tra aspettative e funzionalità effettive. Quando è stato evidente che l’esorbitante inettitudine collettiva non era veramente messa a valore come avevano promesso, quando si è capito che da quella benzina non scoccava nessuna scintilla, che non si apriva nessun nuovo mercato, è diventato chiaro che gli ingegneri avevano sbagliato il progetto del motore. Inettitudine, cialtronismo, filodrammatica, inadeguatezza, morte de fama, narcisismo timido: è una miniera, capisci? Ma l’hanno sfruttata male, l’hanno buttata via, l’hanno sparsa sui campi come diserbante invece che coltivarla in modo intensivo. Ci voleva un imprenditore visionario, nuovi finanziatori, nuovi canali di investimento. E sono arrivati loro. I social network. Noi non siamo stati capaci di scrivere la storia, solo la barzelletta. Ci penseranno i SN, ma sarà la storia che vogliono loro».

Mi sta scendendo la lacrimuccia. Se non fosse che è già mezz’ora che non controllo Twitter potrei anche commuovermi. E poi il  capo mi licenzia se pubblico questa roba: lavoro per una piattaforma di blog gratis! Matto o no come la giustifico questa tirata? Per fortuna un messaggio mi fa vibrare l’iPhone nella tasca. È il community manager. Mentre leggo mi si allarga il cuore. “Lascia stare quello sfigato, ho trovato un blog con una pagina Facebook da 10 milioni di Like”. Sono salvo. Sto ancora rileggendo il messaggio quando butto lì l’ultima domanda, tanto per dire:


«Senti, tu ti occupavi di Apple o sbaglio? O di cucina? No? Letteratura… Ah… Vabbe’, senti, consiglia un libro per l’estate ai nostri lettori».

«…»

Ecco, ha ripreso a fissare il muro e adesso sì che il suo sguardo fa paura. Esco in fretta farfugliando un saluto e, approfittando dello strabismo, afferro La donna della domenica da sotto la sedia: questo me lo porto in vacanza.


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