Le condizioni per arrivare al numero 1

Il blog di Paolo Madeddu si chiama A margine e si occupa di musica.

Paolo, posso farti qualche domanda?
«Uhm».

Lo prendo per un sì. Come pensi sia corretto celebrare il ventennale della morte di Kurt Cobain?
«1. Facendo finta di niente.
2. Sparandosi con una pistola ad acqua.
3. Scrivendo un pezzo in cui si sostiene che erano sopravvalutati, che chi ne sa veramente ascolta i Pixies e i Mudhoney – solo gli EP, però.
4. Guardando il documentario che ci ricorda quanto era pericoloso per l’establishment: FBI vs John Lennon. Come? Ah, è un altro?
5. Scrivendo un pezzo in cui si ricorda la tipa che in seconda liceo aveva la t-shirt dei Nirvana e tra la I e la N c’era tutto un mondo e allora il pensiero correva a lei quell’estate in cui tra l’altro esplodeva il Calippo, il cui gusto migliore e indie era indiscutibilmente il gusto Cola, solo che al bar della spiaggia non l’avevano, allora io e mio cugino, che ascoltava i Guns’n’Roses, dei quali a me piaceva solo la metà live di Live! Like a Suicide, andavamo sempre ai bagni vicini, i Bagni Mundial, e (continua per altre settanta pagine, al termine delle quali ci sono già 28 MiPiace).
6. Facendosi crescere la barba, tipo tutto il giorno».

Kurt Cobain il 18 novembre del 1983, MTV Unplugged, New York. Foto Frank Micelotta/Getty Images
Kurt Cobain il 18 novembre del 1983, MTV Unplugged, New York. Foto Frank Micelotta/Getty Images

Sono disorientato, pensavo di trovarci più sociologia o più “una volta sì che i dischi si vendevano”. Scusa, apro una parentesi: tu, grossomodo, quante interviste hai fatto fin qui?
«Haha, boh. Se ci metti tutto, comprese le uscite dei libri o le volte che sono stato ospite in radio o in tv per qualcosa, credo siamo tra cinquanta e cento. O forse di più, non so davvero. (questa domanda disorienta ME)».

Hai elaborato una precisa strategia di sopravvivenza?
«Haha, è la più bella intervista della mia vita.
No, direi di no. Cosa che non mi ha impedito di sopravvivere. Tra l’altro, anche a un tentativo di farmi fuori. O quanto meno di menomarmi gravissimamente».

Chi è stato, Ligabue? E comunque perché ce l’ha tanto con te e, più in generale, perché i musicisti che ce l’hanno tanto con te ce l’hanno tanto con te?
«No, sono stati tre giovani a me ignoti. Li ho inseguiti furibondo ma avevo le scarpe sbagliate E’ una storia vera.
Ligabue si arrabbiò con me, ritengo, per ipersensibilità. Prese malissimo un’espressione che non voleva in nessun modo denigrarlo. A differenza di altre volte dove, inutile negarlo, l’intenzione era quella. Con tutto che io alcuni suoi pezzi ce li ho nell’iPod e i soldi per i dischi di Ligabue li ho spesi davvero, prima di fare questo mestiere e riceverli aggratis. E questo ci porta all’ipotesi che “ce l’abbiano con me”. Non è un tipo di cosa che voglio ostentare tipo medaglia, è fastidioso avere la nomea di “quello del vaffanculo sistematico” o del fallito e invidioso (cfr. i fan di Vasco). Molto fastidioso. Non solo non me ne faccio niente, non solo mi toglie (occhio alla parola che sta arrivando) credibilità, ma influisce anche dal punto di vista economico, perché poi l’artista mette il veto a me come intervistatore, io non prendo i soldi dell’articolo. Sarebbe molto più semplice essere amicissimi dell’artista e andare a cena con lui come fanno un bel po’ di colleghi. A me questa cosa fa schifo, e per questo divento quello che “si pone sul piedistallo della sfiga esibita con dignità”. Non c’è soluzione. C’è di buono che alla prova dei fatti ricordo pochissime interviste finite con del fastidio personale, me ne vengono in mente forse tre su forse mille; con alcuni sarei potuto anche diventare amicone, c’era una specie di invito da parte dell’artista in questo senso. Ma come fai a non porti il dubbio che sia un modo per accattivarsi la tua recensione? Dopo tutto è il loro lavoro, conquistare il pubblico. Ed è evidente che nessun critico parlerebbe male di un suo amico. Per me è il contrario. Sono più vaschiano di un sacco di fan di Vasco. Quasi sempre vengo maledetto dai discepoli di una band o un artista di cui sono stato fan anch’io. Comunque, alla fine, è giusto così. Io dico la mia, voi dite la vostra. Tutto sommato è segno che non abbiamo problemi peggiori».

Luciano Ligabue al Salone de Libro di Torino, il 12 Maggio 2012.  Photo by Valerio Pennicino/Getty Images
Luciano Ligabue al Salone de Libro di Torino, il 12 Maggio 2012. Foto Valerio Pennicino/Getty Images

A proposito di amici, riesci a staccare? Voglio dire con le tue amiche e i tuoi amici, a cena o dopo il calcetto, ce la fai a parlare di qualcosa che non sia Shakira, Giusy Ferreri o i Coldplay e The Dark Side of the Moon?
«LOL, sì, certo. Anzi, è un argomento che salta fuori molto di rado. Dirò di più: quando ho cominciato, era molto più diffusa la domanda tipo “Ma l’hai conosciuto?” “Ma com’è di persona?”. Ora ho l’impressione che con i Corrieri e le Repubbliche e tutti i canali tv e radio e siti e profili twitter e fb e instagram che sparano a getto continuo dettagli sugli Artisti Precedentemente Noti Come Artisti, le persone ammodo siano sature di particolari su di loro. Al confronto, di Simon Le Bon non si sapeva niente, davvero niente. Qualche mese fa ho incrociato dei fan di Laura Pausini che la aspettavano alla fine della conferenza stampa. Mina e Battisti non avevano tutto questo (credo non dessero nemmeno conferenze stampa, anche se davano delle interviste fantastiche) eppure l’eccesso di attenzione che avevano bastò a farli sclerare e andare verso nord. Il rapporto tra la divinità e i fedeli è evidentemente cambiato. Con una miriade di epifanie, è inevitabile».

E a funzione oracolare come ti trovi? Fino a poco tempo fa alla musica veniva attribuito un rilievo sociale capace di essere rappresentativo dei popoli, della loro espressione in quel dato momento storico, l’esperto di musica viene ancora interrogato come la Pizia capace di rivelare un segreto?
«Oh, io a quello ci credo. Anche se mi pare che i critici attuali siano l’esatto opposto di quelli degli anni ’70, un tantino fissati con Adorno. Certe volte ho la fantasia di essere l’unico che cerca sgangheratamente di trovare un legame tra i dischi che la gente compra e quello che accade nel mondo reale. Per 4-5 anni ho sproloquiato che chiunque fosse al n.1 in classifica, era come Berlusconi, essendo lui evidentemente IL numero uno, nonché la nostra espressione in quel dato momento storico. Quindi, se al n.1 c’era Biagio Antonacci, non dovevo far altro che spiegare perché Biagio Antonacci era come Berlusconi. Oppure, perché Tiziano Ferro era come Berlusconi. O perché i Radiohead o MiticoVasco erano come Berlusconi. Poi c’è stato questo interregno con Monti e quello dopo – Letta. Ora c’è un altro tipo che la gente non ha votato, non lo ha mandato realmente al n.1. La tentazione di dire che Rocco Hunt è come Renzi è forte, ma sarebbe una forzatura: Renzi non è espressione di una scelta collettiva. Rocco Hunt lo è».

Silvio Berlusconi
Silvio Berlusconi, il 1° gennaio 2000. Foto di Matias Nieto – Cover/Getty Images

E quindi veniamo al tuo blog “fuori tempo massimo”, al tuo approccio marxiano al tema: l’economia prima della politica (musicale). Chi vende contro chi chiacchiera, perché alla fine è quello che conta, no?
«Beh, in realtà no.
Non più.
Mai come di questi tempi, è vero il contrario. E questa domanda ci può portare lontanissimo…
Allora, facciamo un tentativo. Ci vorrebbe un quadrato semiotico. Da una parte, quelli che vendono i dischi. Dalla parte opposta, naturalmente, quelli che ne vendono pochissimi. Ma possiamo incrociare entrambi con un altro dato: chi è visibile, e chi non lo è. Chi è commentato, hashtaggato, chiacchierato, percepito, e chi non lo è. C’è una massa enorme di persone, soprattutto sopra i 30 anni, che crede di essere informata e si ritiene molto sgamata in materia di musica, ma ha la stessa conoscenza di cosa c’è in giro che avevano i nostri genitori vent’anni fa. Perché i loro punti di riferimento – i media che si rivolgono a loro, ma anche i loro conoscenti sui social – filtrano un sacco di nomi, li escludono dai loro radar. E non è solo snobismo. E’ che oggi è possibile. Mentre venti, trent’anni fa, le canzoni di un 24enne al massimo del suo gioco come Fedez, sarebbero state praticamente impossibili da evitare, tra radio e tv. Non dico Ramazzotti, ma anche, che so, Anna Oxa – però usciamo da Sanremo, toh: prendiamo Luca Carboni, Max Pezzali. Le loro canzoni erano inevitabili. Mentre oggi sono più che certo che il 90% degli over 30 non conosce un singolo pezzo di Fedez – e in questo momento sta dicendo “… E ne sono fiero eccetera”. Ma il punto non è questo. Il punto è che per una convergenza tra media e babyboomers nostrani, e in parte in spregio alle generazioni più giovani, si è realizzato quello che potremmo chiamare Il Paradosso di Morgandeibluvertigo, ovvero diventare superstar popolarissima e oggettivamente rilevante solo per aver instancabilmente ripetuto alla gente giusta (discografici, giornalisti, futuri blogger) che si era una superstar popolarissima e oggettivamente rilevante – alla faccia dei sessanta cd venduti. Ma tant’è: proprio in questi giorni con un colpo di coda affascinante, Billboard ha deciso di ridurre la distanza imbarazzante tra le star che vendono e le star percepite, includendo nelle charts un coefficiente che aggiunga alle vendite anche la popolarità. Questo salverà la faccia, per esempio, del più autorevole quotidiano italiano, che ha dedicato a una certa cantante delle Barbados perennemente accaldata qualcosa come 400 gallerie fotografiche e 250 news, nonostante il massimo risultato da lei ottenuto nelle classifiche italiane degli album sia un settimo posto».

Siamo arrivati alla fine senza una presentazione, cosa aggiungiamo a: Paolo Madeddu, firma fondativa di Rolling Stone Italia, recensore severo, cercatore di usi del pop nei costumi contemporanei e blogger tardivo?
«Ah, siamo arrivati alla fine?»

Ci tengo solo ad aggiungere che Stromae si meritava tutto il suo numero 1 e ci è arrivato perché validissimo e non perché Fabio Fazio abbia comprato il numero di dischi necessari allo scopo.
«Avere un disco validissimo non è una condizione per arrivare al n.1, questo lo sai anche tu».

Il blog di Paolo Madeddu si chiama A Margine, si interroga su cosa serva per arrivare al numero 1 e da qualche giorno è su Altervista.


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